Il decoro professionale.

Il silenzio degli Ordini è diventato assordante e urge un processo di rivitalizzazione e di rinnovamento. Si può essere di contrario avviso e dire: «Tutto va bene Madama la Marchesa».

Si arrivò al dileggio quando l’Antitrust – senza peli sulla lingua – disse non esiste il decoro professionale e che bisognava andare avanti sulla strada delle liberalizzazioni. Gli Ordini non reagiscono, non fiatano.

Fissiamo alcuni punti fermi.

Il titolo 5° del Codice Civile s’intitola «Del Lavoro» e i primi due comma dell’art. 2233 («Compenso») recitano:

«Il compenso, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice, [sentito il parere dell'associazione professionale a cui il professionista appartiene].

In ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all'importanza dell'opera e al decoro della professione».

La parte in parentesi quadra fu abolita dal R.D.L. 9 agosto 1943, n. 721, al fine di sopprimere ogni norma di carattere corporativo. In soldoni – prima dell’agosto 1943 – era obbligatorio (per gli Architetti e nei casi contemplati dal primo comma dell’art. 2233 C.C.) sentire il parere del Sindacato Fascista Architetti. E’ acqua passata, ma comunque il compenso andava stabilito in base a due fattori: 1) l’importanza dell’opera, 2) il decoro professionale.

Il tempo passa, i bimbi crescono, le mamme invecchiano e arriviamo al D.L. 24 gennaio 2012 n. 1 «Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività»  (pubblicato sul Supplemento ordinario n. 18/L alla Gazzetta Ufficiale del 24 gennaio 2012 n. 19).

Che cosa dice questo D.L. 1/2012? Ci interessa l’art. 9, che esordisce dicendo: «Sono abrogate le tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico». Farei, innanzitutto, notare che questi “personaggetti” non sanno nemmeno scrivere in italiano e il termine “ordinistico” io non l’avrei mai usato. In ogni caso, lo stesso art. 9, a un certo punto, dice: «In ogni caso la misura del compenso, previamente resa nota al cliente anche in forma scritta se da questi richiesta, deve essere adeguata all'importanza dell'opera e va pattuita indicando per le singole prestazioni tutte le voci di costo, comprensive di spese, oneri e contributi».

Pertanto è sparito il «decoro professionale», ma è rimasta l’«importanza dell’opera».

L’Antitrust dice che – sebbene le tariffe sono state più volte abrogate – bisogna evitare ogni meccanismo che possa surrettiziamente reintrodurle e, quindi, va eliminato ogni riferimento al «decoro professionale» e all’«importanza dell’opera».

Come si spiega questo accanimento dell’Antitrust? Ve lo spiego subito, rettificando un’affermazione fatta all’inizio: non è vero che gli Ordini professionali sono inefficienti e non tutelano gli interessi degli iscritti. C’è un’eccezione: l’Ordine dei Notai. I Notai, infatti, se ne fottono di tutte queste prescrizioni di legge e continuano, allegramente, ad applicare le loro tariffe (anzi – giacché la determinazione dei compensi è libera – le hanno pure incrementate). È difficile che il più modesto atto di compravendita possa costare meno di 2000 euro.

Peccato che non esiste il Premio Nobel per la coglioneria, altrimenti non ce lo avrebbe tolto nessuno. Perché? Perché – come ho detto più volte – siamo diventati i parafulmini dei giusti strali (dell’Antitrust e del Governo) contro Notai e Farmacisti. Queste saette inceneriscono noi mentre altre categorie (lobbistiche) non sentono la crisi.

E’ ovvio che l’Antitrust – per una questione di bon ton – non menzioni esplicitamente Notai e Farmacisti, ma se la prende con i professionisti in genere.

Mi pare evidente che sono di grande attualità le parole di Gino Bartali: «L'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare!».

Svegliatevi! Oramai il «decoro professionale» è stato cancellato e … vi attendono mazzate da orbi.

Vi potete salvare? SI, ma solo se prendete in mano il vostro destino, vi coalizzate, vi organizzate e vi mettete nelle condizioni di fare paura.

Ricordate il motto dannunziano «Insorgere è risorgere».