Non si parla più di riforma delle professioni.

 

Gli ingegneri e gli architetti hanno lo stesso ordinamento professionale, il Regio Decreto 23 ottobre 1925, № 2537 (titolato «Approvazione del regolamento per le professioni di ingegnere e di architetto» e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 15 febbraio 1926). Tale decreto è tutt'oggi in vigore. Esso non è lontano dal compiere 100 anni. Gli articoli 51 e 52 del Regio Decreto suddetto definiscono i limiti di competenza delle professioni di Ingegnere e di Architetto. Non è male riportare tali articoli qui di seguito:

«Art. 51 — Sono di spettanza della professione d'ingegnere, il progetto, la condotta e la stima dei lavori per estrarre, trasformare ed utilizzare i materiali direttamente od indirettamente occorrenti per le costruzioni e per le industrie, dei lavori relativi alle vie ed ai mezzi di trasporto, di deflusso e di comunicazione, alle costruzioni di ogni specie, alle macchine ed agli impianti industriali, nonché in generale alle applicazioni della fisica, i rilievi geometrici e le operazioni di estimo.

Art. 52 — Formano oggetto tanto della professione di ingegnere quanto di quella di architetto le opere di edilizia civile (il grassetto è nostro, N.d.R.), nonché i rilievi geometrici e le operazioni di estimo ad essere relative.

Tuttavia le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico ed il restauro e il ripristino degli edifici contemplati dalla legge 20 giugno 1909, n. 364 (ora legge 1 giugno 1939, № 1089, N.d.R.), per le antichità e belle arti, sono di spettanza della professione di architetto; ma la parte tecnica ne può essere compiuta tanto dall'architetto quanto dall'ingegnere.»

In estrema sintesi, per definire in maniera chiara i limiti di competenza delle due professioni, potremmo sostenere che l'Architetto e l'Ingegnere possono fare le stesse cose, ad esclusione delle «applicazioni industriali» (di riservata competenza dell'ingegnere) e del «restauro dei monumenti» (di esclusiva competenza dell'architetto).

In realtà, se volessimo incominciare a capire le cose come stanno, dovremmo inquadrare il suddetto R.D. 23 ottobre 1925, № 2537 nel preciso contesto storico in cui è nato. Tratteggiamolo brevemente.  La grande guerra (1915-18) è finita da sette anni, presidente del Consiglio è il Cavalier Benito Mussolini (da appena tre anni e lo rimarrà per ulteriori 17), Ministro di Grazia e Giustizia è Alfredo Rocco, da poco subentrato ad A. Oviglio (e lo diciamo perché gli Ordini professionali furono — e sono tutt'oggi — posti sotto la vigilanza di detto Ministero).

Quando il Regio Decreto in questione vedeva la luce, esistevano ben sette modi di diventare Architetto e un solo modo di diventare Ingegnere. Infatti, all'epoca, per diventare Ingegnere occorreva iscriversi alla Facoltà di Matematica per compiere il biennio propedeutico e, poi, il triennio di applicazione avveniva presso i Politecnici (in altre parole, le attuali Facoltà d'Ingegneria avevano la durata di tre anni, ma ci si poteva iscrivere dopo il biennio, in comune, con la Facoltà di Matematica). Solo col successivo R.D. 16 novembre 1938 n. 1652, contenente «disposizioni sull'ordinamento didattico universitario» si prevedono lauree in ingegneria civile, industriale, navale e meccanica, chimica, aeronautica, mineraria.

Avevano diritto, in un regime transitorio, d'iscriversi all'Albo degli Architetti:

1) i diplomati di Accademie ed Istituti di Belle Arti che potevano comprovare di aver esercitato "lodevolmente" per cinque anni la professione di architetto,

2) i professionisti non diplomati che avessero, sempre "lodevolmente", esercitato la professione per 10 anni,

3) i titolari del diploma di «architetto civile» rilasciato dalla Scuola superiore di Architettura di Roma,

4) i titolari di laurea di «ingegnere-architetto» rilasciata dalla Sezione Architettura delle Reali Scuole di Ingegneria di Bologna, Padova, Napoli, Palermo e Roma,

5) i diplomati architetti degli antichi stati italiani,

6) i professionisti che, comunque, risultavano abilitati all'esercizio della professione,

7) i «Baumeister», cioè gli architetti dell'ex Impero Austro-Ungarico (come si è detto, la grande guerra si era conclusa sette anni prima e parecchi territori del nord-est erano, da poco, diventati italiani).

Da ben oltre mezzo secolo la situazione si è completamente ribaltata: c'è un solo modo di diventare Architetto e una moltitudine di specializzazioni per l'Ingegnere. Ragion per cui, l'Architetto al quale facevano riferimento Oviglio e Rocco corrisponde, oggi, l'Architetto e l'Ingegnere civile edile; mentre l'Ingegnere del 1925 corrisponde ai vari ingegneri meccanici, elettrotecnici, chimici, aeronautici, navali, elettronici, ambientali, biomedici, gestionali e via dicendo, di oggi. In altri termini: la realtà (formativa, sociale, economica, ecc.) è profondamente cambiata, dal 1925 ad oggi, ma l'ordinamento professione è rimasto sempre lo stesso. Bene hanno fatto gli ingegneri a creare una pluralità di specializzazioni perché, in tal modo, si sono adeguati ai tempi e – bene o male – hanno corrisposto alle mutazioni della domanda.

Per capire meglio la situazione, occorrerebbe andare ancora più indietro nel tempo. Allorché, ad esempio, nel 1863, nacque il Politecnico di Milano, erano previste le sole due figure dell'ingegnere civile e dell'ingegnere industriale; nel 1865 nasce la figura dell'ingegnere-architetto (e ciò ci fa comprendere ancora meglio lo spirito del R.D. 2537/25). L'«ingegnere-archietto» era un laureato che assommava (con un'unica laurea) entrambi i titoli. Egli era, né più né meno, il progenitore dell'attuale Architetto (ma, anche, dell'odierno Ingegnere civile edile).

Historia magistra vitae. Potrà essere un po’ tediosa tutta la storia delle professioni tecniche; ma solo conoscendola si può pienamente comprendere come il R.D. 2537/25 sia, oggi, completamente estraneo alla mutata realtà del Paese. Esso è stato un ottimo regolamento professionale per alcuni anni (tant'è che, di fatto, il fascismo lo sospese per dare vita al Sindacato Fascista Professionisti e Artisti). Ma, da tempo, doveva essere rivisto ed aggiornato. A questo punto dovrebbe essere evidente la necessità di addivenire – finalmente – ad una riforma della professione di architetto. 

Si potrebbe aggiornare lo stantio regolamento del 1925 rifacendosi alla Direttiva CEE del 1985 avente per oggetto il «reciproco riconoscimento dei diplomi, certificati ed altri titoli del settore dell'architettura …» e procedere ad una riforma seria dell'Università, eliminando, tra l'altro, l'inutile doppione, esistente solo in Italia, tra Architetto ed Ingegnere civile edile. Si eliminerebbero tante assurdità (tipo, ad esempio, che un ingegnere civile edile specializzato nel restauro dei monumenti non potrebbe mettere mano, se si volesse rispettare la legge, su un edificio antico per «restaurarlo», ma solo per «consolidarlo», mentre un ingegnere chimico o elettronico o aeronautico continua bellamente, nel pieno rispetto della legge, a redigere P.R.G. e ad operare nel settore dell'edilizia).

L’introduzione della «Storia dell’Architettura» nelle Facoltà d’Ingegneria nasce dalla necessità di rispondere positivamente ai requisiti richiesti dalle Direttive № 85/384/CEE e № 85/614/CEE. Tali Direttive sono state recepite dal governo italiano con Decreto Legislativo 27 gennaio 1992, № 129. L’art. 2 di detto D.L. riporta le condizioni di riconoscimento, che sono le seguenti:

«1. Sono riconosciuti i diplomi, certificati ed altri titoli rilasciati a conclusione di un corso di studi di livello universitario, che presenti i seguenti requisiti:

a) la formazione deve riguardare principalmente l’architettura ed essere equilibratamente ripartita tra gli aspetti tecnici e pratici;

b) la durata della formazione deve comprendere almeno quattro anni di studi a tempo pieno presso un’università o un istituto d’istruzione analogo, ovvero almeno sei anni di studio presso un’università o analogo istituto, di cui non meno di tre a tempo pieno, ed essere sancita, a conclusione del corso di studi, dal superamento di un esame di livello universitario.

2. La formazione data dal corso di studi deve assicurare:

a) la capacità di creare progetti architettonici che soddisfino le esigenze estetiche e tecniche;

b) un’adeguata conoscenza della storia e delle teorie dell’architettura nonché delle arti, tecnologie e scienze umane ad esse attinenti;

c) una conoscenza delle belle arti in quanto fattori che possono influire sulla qualità della concezione architettonica;

d) un’adeguata conoscenza in materia urbanistica, pianificazione e tecniche applicate nel processo di pianificazione;

e) la capacità di cogliere i rapporti tra uomo e creazioni architettoniche e tra queste e il loro ambiente, nonché la capacità di cogliere la necessità di adeguare tra loro creazioni architettoniche e spazi, in funzione dei bisogni e della misura dell’uomo;

f) la capacità di capire l'importanza della professione e delle funzioni dell'architetto nella società, in particolare elaborando progetti che tengano conto dei fattori sociali;

g) una conoscenza di metodi d'indagine e di preparazione del progetto di costruzione;

h) la conoscenza dei problemi di concezione strutturale, di costruzione e di ingegneria civile connessi con la progettazione degli edifici;

i) una conoscenza adeguata dei problemi fisici e delle tecnologie nonché della funzione degli edifici, in modo da renderli internamente confortevoli e proteggerli dai fattori climatici;

l) una capacità tecnica, che consenta di progettare edifici che rispondano alle esigenze degli utenti, nei limiti imposti dal fattore costo e dai regolamenti in materia di costruzione;

m) una conoscenza adeguata delle industrie, organizzazione, regolamentazioni e procedure necessarie per realizzare progetti di edifici e per l'integrazione dei piani nella pianificazione.»

Come s'è visto, allora, la conoscenza della storia dell'Architettura è ritenuto, giustamente, fattore di primaria importanza.

Il 30° Rapporto CENSIS (di molti anni fa) sulla situazione sociale del Paese testualmente recita: «La società italiana manifesta, infatti, una bassissima sensibilità nei confronti delle problematiche formative: la cultura, e l'educazione, vengono considerate indispensabili per lo sviluppo del paese da meno del 7% del corpo sociale e meno del 22% considera la scuola un settore in cui è urgente una riforma. È evidente allora che il processo di rinnovamento del nostro sistema educativo, ancorché necessario, non ha trovato finora sufficiente consenso sociale.».

Secondo una rilevazione del CENSIS, a fronte dei cinque anni previsti, l'architetto si laurea, mediamente, in otto anni e dieci mesi (con un ritardo pari al 75% della durata dello stesso corso di laurea), presentando un'età media di 28 anni. L'ingegnere si laurea, sempre secondo i dati CENSIS, in sette anni e sette mesi (il ritardo, in questo caso, è di circa la metà della durata prevista per il corso di laurea). Il medico impiega, all'incirca, i sei anni previsti dalla Facoltà di Medicina.

Come se ciò non bastasse, mentre l'ingegnere trova lavoro — sempre secondo l'indagine CENSIS — dopo sei mesi dalla laurea, l'architetto ci riesce, mediamente, dopo due anni. In conclusione, l'architetto trova uno sbocco occupazionale a 28+2 = 30 anni. Sembrerebbe, allora, che uno dei principali obiettivi delle Facoltà di Architettura sia la "stagionatura" degli allievi; e meno male che gli architetti sono longevi!

L'esame di abilitazione all'esercizio della professione risulta maggiormente selettivo per gli architetti che non per gli ingegneri.

Forse dovremmo cambiare prima mentalità e poi sarà pensabile superare strumenti legislativi come il Regio Decreto 2537 del 1925. È stato osservato che la nostra società è condizionata dalla cultura cattolica, mentre quella americana dalla cultura puritana e calvinista. Per cui, nella società americana, il successo è ritenuto: a) un riconoscimento divino ai propri meriti (l'uomo di successo, in altri termini, è quello baciato dalla grazia divina, quasi il beneficiario di una legge karmica), b) altamente immorale trasmettere ricchezze o posizioni di potere ai propri figli (c'è, in altre parole, una sorta di culto per il self made man o per la self made woman e le tasse di successione sono talmente esose che, quasi, converrebbe acquistare daccapo i beni ereditati), c) il successo non dispensa da una dura vita di lavoro, dal continuare, cioè, quell'impegno che l'ha determinato (il magnate americano sgobba più di qualunque suo dipendente). Il premio o la punizione, per la cultura cattolica, lo avremo post mortem; per la cultura protestante, un congruo anticipo ci è corrisposto in questa vita. Ovviamente non intendiamo fare l'apologia della cultura calvinista e muscolosa (quella, è stato detto, che allena gli ideali in palestra). Le opportunità sociali che un soggetto può cogliere operando un investimento individuale adeguato (attraverso le proprie scelte etiche, di formazione culturale, di lavoro, ecc.) sono legate, nel nostro caso, alla capacità di fare da prestanome, per 100 miliardi di progettazione, a una società di ingegneria. Dopo di che, si è acquisita la possibilità di ricevere qualunque incarico professionale per l'intero arco della propria esistenza (e, naturalmente, si giudicheranno sacrosanti i criteri adottati per il conferimento degli incarichi).

Vent'anni fa gli Ordini degli Architetti propugnavano il «criterio della rotazione degli incarichi», in base al quale un professionista che avesse raggiunto un certo massimale di incarichi (supponiamo, per esempio, 10 miliardi di progettazione) doveva essere escluso (ad esempio, per tre anni) dal conferimento di nuovi incarichi, al fine di consentire anche ad altri di raggiungere tale massimale. Oggi, chi proponesse tale meccanismo verrebbe considerato un cretino che non ha capito nulla.

Dalla insoddisfacente situazione sommariamente tratteggiata in precedenza si può uscire, a nostro giudizio, mediante due principali azioni combinate:

a) dotando di una più profonda e più completa formazione di base i nuovi laureati architetti;

b) convincendo i diretti interessati ad assumere un ruolo attivo nell'affrontare i problemi suddetti, innanzitutto partecipando alla vita degli organi rappresentativi delle categorie.

Quindi, non c'è da auspicare alcuna rivoluzione. Bisogna procedere solo con la forza delle idee e democraticamente. Churchill diceva: «La democrazia è il peggior sistema di governo, ma è l’unico giusto». È la verità. In ogni occasione elettorale un esercito di oltre 260000 persone potrebbe cercare di salvaguardare i suoi legittimi interessi (non contrastanti con quelli della collettività, anzi coincidenti con l'interesse generale). Ognuno di noi dovrebbe esprimere un «voto di opinione» e non già un «voto di appartenenza». Ci può capitare, in occasioni elettorali varie, di sbagliare e la democrazia ci offrirà, in futuro, la possibilità di correggere l’errore commesso. Ci consentirà, quindi, di costruire il nostro futuro; quel futuro che, come gruppo sociale, meritiamo di avere. Là, secondo chi scrive, sta la «giustizia» alla quale Churchill alludeva. Non sarebbe, infatti, «giusto» che un qualsiasi gruppo sociale avesse un futuro migliore di quello che merita e che, esattamente, coincide con quello che si costruisce con le sue mani, soprattutto nei momenti elettorali, ma anche con ciò che è capace di fare ogni giorno. Se una casa automobilistica decidesse di invadere il settore professionale di 260000 persone (effettuando progettazioni architettoniche e restauro monumentale), le stesse 260000 persone potrebbero, senza nemmeno raccordarsi tra loro, decidere di non acquistare più automobili di quella marca (e di invitare i propri amici e parenti di fare altrettanto). Questa idea-bomba che lanciamo non è farina del nostro sacco, è esattamente quanto fanno i Sindacati americani. Essi sono, innanzitutto, una potenza economica e se, in occasione di una trattativa, si giungesse alla rottura tra un'azienda e un Sindacato, quest'ultimo non perderebbe tempo ad acquistare l'azienda (o a sostenere, con massicci investimenti, la concorrenza). In linea puramente teorica ciò potrebbe accadere anche da noi (pensiamo, ad esempio, alle capacità economiche dei Consigli Nazionali, che percepiscono una quota pro capite per ogni iscritto, e alla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Ingegneri e Architetti). Ma ciò non avverrà mai perché siamo anni luce lontani dalla cultura che ispira le organizzazioni di categoria americane. In genere, noi importiamo solo il peggio dall'estero.

Nessuno meglio di chi scrive sa che tutto ciò difficilmente potrà accadere; continueremo ad esprimere voti di appartenenza, a comprare automobili, lavatrici e frigoriferi dai gruppi industriali che tengono in mano i fili delle società d'ingegneria, continueremo ad essere convinti che è più facile salvarci da soli che tutti insieme, a ritenere più opportuno che si espongano gli altri anziché noi, continueremo a non affermare cose che — ancorché assolutamente veritiere — temiamo possano "dispiacere" i potenti (veri o presunti tali, dai quali ci illudiamo di ricevere qualche prebenda), continueremo a non vedere le connessioni tra politica e lobby affaristiche e di potere, ecc.

Non stiamo auspicando un neocorporativismo. Quando si crede al ruolo sociale della professione e si antepongono gli interessi collettivi a quelli di categoria, non si fa corporativismo (lo diciamo a chi, in mala fede, volesse liquidare il nostro discorso dicendo che facciamo corporativismo). Se, in altre parole, si dimostrasse che, per il bene della società, è necessario avere la disoccupazione intellettuale, non esiteremmo ad accettarla (ma la verità è tutt'altra: proprio nell'interesse collettivo è indispensabile utilizzare le energie intellettuali disponibili). Né è nostra intenzione affamare chicchessia. È giusto che un ragazzino di 18 anni, diplomatosi Geometra, possa, dopo poco tempo, intraprendere un'attività professionale? A noi sembra assurdo. Auspicheremmo che il giovanotto di cui sopra acquisisse almeno una "minilaurea", maturasse delle capacità effettive e saremmo anche d'accordo a dargli un'esclusiva competenza in qualche settore (in Francia, ad esempio, solo i Geometri possono fare rilievi topografici). Anche nel caso dei Geometri sarebbe opportuno storicizzare i problemi (i Tecnici diplomati sono nati in un Italia, oramai di un altro secolo, con un'economia agricola, in cui scarseggiavano i Tecnici laureati e occorreva, in qualche modo, sopperire a tale carenza, specie nell'infinito numero di centri rurali). Se esistesse, veramente, la volontà di risolvere i problemi sopra tratteggiati, non sarebbe impresa impossibile riuscirci. Basterebbe, prendere a modello ciò che avviene negli altri Paesi europei e individuare soluzioni giuste, che non mortifichino nessuno e che valorizzino le varie competenze.

Naturalmente, pur rendendo migliore la preparazione di base, occorrerebbe che la durata effettiva del corso di laurea scendesse drasticamente al di sotto degli otto anni e dieci mesi attuali. Il motto, nell'Università, potrebbe essere: «studiare meno, studiare meglio» e nella professione: «assicurare la qualità, partecipare di più alla vita sociale».

Il lavoro da compiere è complesso e la strada da percorrere è lunga.  Se il livello qualitativo delle nuove generazioni di architetti si eleverà, se s'incomincia a individuare e a costruire un quadro normativo più stabile e più moderno, l'attuale momento di crisi, attraversato dalla professione di Architetto, sarà definitivamente superato. Non ci illudiamo che ciò possa avvenire domani e senza il nostro impegno. Se i giovani si attiveranno, i problemi suddetti saranno superati dopodomani; cioè non a breve termine, ma, come qualche economista sostiene, dopo un certo periodo di rodaggio dell'integrazione economica europea. C'è, infatti, anche la speranza — forse ingenua — che l'integrazione europea, fino ad oggi condotta con esclusiva attenzione a fattori di natura commerciale, economica e monetaria, possa, in futuro, proseguire affrontando temi di natura culturale (tra i quali l'Architettura dovrebbe occupare uno dei primi posti). Sarebbe auspicabile aprire anche sbocchi occupazionali massicci nel pubblico impiego, laddove esistono vistose carenze di personale. Sarebbe interessante, ad esempio, calcolare il rapporto tra il numero dei monumenti e il numero di architetti dipendenti dalle Soprintendenze (per scoprire ogni architetto dipendente su quanti monumenti dovrebbe vigilare e, quindi, se c'è necessità di nuove assunzioni). Altresì, sarebbe interessante conoscere quanti architetti risultano dipendenti del Comune di Londra (Greater London Council); vent'anni fa erano circa 2500. Nell'Università, dove l'età media dei ricercatori è senz'altro elevata, non ci sarebbe spazio per occupare un buon numero di giovani? Non si potrebbe mettere mano sull'enorme patrimonio edilizio in sfacelo situato nelle zone sismiche, per effettuare un'opportuna politica di limitazione del danno (nell'ipotesi, malaugurata e speriamo puramente teorica, di un evento sismico)?

Forse, come è stato nel secondo dopoguerra, sarà l'edilizia (che si trascina oltre una cinquantina di settori economici e produttivi), questa volta basata più sul recupero dell'esistente che sulle nuove edificazioni, a determinare una ripresa. Su ciò nutriamo pochi dubbi, di fronte a un territorio oramai completamente "cementificato" e a un mercato immobiliare, italiano ed europeo, caratterizzato da milioni di m2 edificati e non utilizzati. Evitando ulteriore consumo di suolo, è indubbio che il grosso ci sarà da fare nel recupero e nella sostituzione edilizia e sarà il grande serbatoio di lavoro per le future generazioni di architetti.